L’economia del noleggio
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Sempre più spesso si sente parlare di “Sharing Economy”. L’ “Economia della condivisione” in italiano sembra essere una delle ultime tendenze della Silicon Valley che vede nascere sempre più startup in questo settore. Non c’è da porsi troppe domande sul perché, Internet è un elemento fondante dell’economia collaborativa che vede un sistema economico in cui beni o servizi sono condivisi tra individui privati, gratis (molto raramente) o a pagamento, proprio grazie attraverso la Rete. 

Scendendo dall’iperuranio dei tecnicismi economici e arrivando alla pratica consiste nel condividere con altre persone un oggetto di proprietà e che in quel momento (anche per poco tempo) si decide di renderlo disponibile alla comunità. 

Così se si ha un’auto a disposizione e del tempo libero (risorsa sempre più preziosa) si può decidere di diventare “tassisti” di Uber, la famosa società di San Francisco nata nel 2009 che gestisce le prenotazioni di car sharing con la sua piattaforma. Mi iscrivo e in base alla zona che metto a disposizione mi inoltrano richieste di persone che si devono spostare da A a B. La società fa da tramite e garante, trattenendosi una quota sulle corse di circa il 20%, il tutto affiancato ad un sistema di feedback e stelline per recensire autisti e passeggeri assicurando sicurezza.

Ciò che esce da questo meccanismo è che in qualsiasi momento puoi trasformati in un tassista e compiere delle corse, ottenendo anche guadagni. Quando vuoi lavorare, apri l’app, dai disponibilità ed inizi a ricevere chiamate. Quando hai finito o non hai più tempo, metti l’applicazione offline. Tariffe e regole le decide l’azienda californiana però sai che non hai orari. Una concezione così smart fino a pochi anni fa era inimmaginabile.

Ma oltre alle automobili c’è anche altro da condividere. Nel 2007, due anni prima della nascita di Uber tre ragazzi fondarono Air Bed and Breakfast, intuendo la possibilità della Rete abbinata al bisogno di pernottamento durante un importante convegno di design a San Francisco che portò ad un esaurimento di tutte le camere d’albergo

La società ormai consolidata con il nome più sonoro Airbnb offre la condivisone di case. Sfruttando la visibilità del Web sempre più persone riescono a condividere le loro abitazioni arrivando anche ad avere buone entrate. 

Si intravede la coperta corta? Si copre da una parte per lasciarne inevitabilmente scoperta un’altra senza riuscire a coprire tutto. 

Nel digitale questa sindrome è molto frequente e la Sharing Economy non ne è immune. 

Ma dov’è questa parte lasciata fuori se si riesce a condividere ciò che altrimenti sarebbe inutilizzato, aiutando il prossimo, guadagnando e facendo risparmiare soldi rispetto alle normali forme di servizi simili?

Siamo di fronte ad una nuovo modo sociale di fare economia?

Un parere interessante l’ha offerto Olivier Blanchard, docente di economia al MIT di Boston che ci fa capire i limiti di questa coperta. 

Un primo punto secondo il noto economista è legato alle regole del gioco, spesso impari. Uber deve richiedere le stesse licenze e autorizzazioni e pagare le stesse tasse dei tassisti ma sopratutto usare gli stessi requisiti in materia di qualifica del conducente, ispezioni ai veicoli, copertura assicurativa. Aspetti soprattutto in passato un po’ sorvolati dalle società californiane. Ancora oggi Uber richiede alcuni requisiti ma per la versione “base”, ossia quelle senza le auto di lusso, non richiede nessuna licenza di noleggio con conducente.

Un altro punto è la questione legata al termine “condivisione”, in realtà secondo l’illustre docente stiamo parlando di qualcosa che non è nuovo, ossia di affitti. Più che definirla economia collaborativa sarebbe da chiamarla “economia del noleggio”, allora forse si perde il fascino sexy della parola.

L’ultima questione è legata a qualcosa di più sottile, il termine economia della condivisione è pericoloso: suona così benigno e positivo. Ti fa pensare che stai facendo qualcosa di buono per te e il mondo e che fai parte di una grande ruota di progresso. Dopotutto stai condividendo, giusto? Stai collaborando? Beh no. Quello che stai davvero facendo è aiutare gli esperti di tecnologia senza avere idea del danno reale che stanno per subire le economie locali.

 

Provare ad andare a Barcellona a chiedere amichevolmente a una persona del posto cosa ne pensa di Airbnb, ciò che risponderà vi stupirà molto. Oppure senza dover andare così lontano nella nostra vicina Venezia. Da una parte sempre più persone che possiedono un immobile lo affittano su Airbnb e sebbene il sito offra la possibilità di affitti fino a sei mesi si preferisce condividere per brevi periodi. Concentrati sul dare a molti per poco tempo piuttosto che molto tempo per pochi e avrai profitti migliori in questo business. Risultato di questa equazione? I prezzi degli affitti per lungo termine sono saliti, gli studenti fuori  sede hanno difficoltà a trovare appartamenti a lungo termine, la città si spopola perché chi ha un’abitazione preferisce affittarla e guadagnare parecchio piuttosto che viverci.

E Uber? A Milano e a Roma hanno vinto i tassisti che vista la concorrenza impari non hanno lasciato sbarcare la piattaforma californiana. O meglio, Uber esiste ma solo la versione premium, con limousine e auto di lusso che ti vengono a prendere, per le quali è prevista la licenza di noleggio con conducente. 

La coperta corta come abbiamo visto esiste ed è un’equazione a somma zero. Vincitori e vinti si spartiscono la stessa torta, la convivenza non è pacifica, regole impari. Benvenuti nella nuova era della condivisione.